PRIMA INFANZIA: DALLA MONTESSORI AI DEVICES. INTERVISTA A SARA VACCHI.

Vogliamo iniziare questo mese del nuovo  anno con la pubblicazione di un’intervista che, a parer nostro, permette di avviare un confronto e un dialogo su un approccio di un metodo educativo di cui si sta parlando molto e su cui cade spesso l’attenzione. Ci riferiamo al metodo di Maria Montessori: vorremmo solo citare la sua particolare attenzione alla questione della libertà dei bambini nello scegliere, forse, perché è quella che più sentiamo vicina alla nostra idea di consapevolezza che si traduce anche nel mondo digitale.

Abbiamo posto alcune domande a Sara Vacchi, educatrice d’infanzia e in particolare formata sul metodo Montessori, che avevamo conosciuto durante l’incontro sulla proiezione del corto Su la testa a Codevilla. Ci è sembrato che potesse uscirne un contatto interessante soprattutto riguardo al pensiero delle nuove tecnologie e la primissima infanzia e quanto esse possano interagire e in che modo. In questa prima parte dell’intervista l’attenzione è focalizzata su come il pensiero del bambino si possa evolvere anche nel mondo digitale mantenendo comunque in essere, e provando “con mano”, la parte fisica e ludica legata all’approccio del fare, impugnare, toccare e altro.

Questo quanto viene tratto nella prima parte. La seconda sarà pubblicata a breve.

Vi lasciamo alla lettura e attendiamo vostri commenti a riguardo!

Ciao Sara vuoi presentarti brevemente ai nostri lettori e raccontarci delle tue scelte professionali?

Ciao a tutti. mi chiamo Sara Vacchi e ho intrapreso la professione di educatrice di infanzia circa 11 anni fa. Ho avuto la fortuna di aver avuto una formatrice d’eccellenza – Daniela MAINETTI- che mi ha portato a concentrarmi sulle opere di pedagogisti illuminati (Goldsmith, Munari, Malaguzzi, Montessori…). Le buone pratiche educative sono sempre state alla base dei servizi nei quali ho scelto di lavorare, pratiche che, unite alla metodologia professionale dell’OSSERVAZIONE, mi hanno portato a continuare a rivedere, rielaborare e rilanciare proposte e suggestioni con i bambini. È necessario continuare a fare ricerca e ho seguito sempre più formazioni. Alcune meravigliose (ad esempio la formazione MUNARI, con la sua allieva Silvana SPERATI, con il team di percorsi formativi 0-6 di Silvia IACCARINO e una formazione sulle loose part (secondo l’architetto Simon Nicholson “tutti quei materiali con proprietà diverse che possono essere utilizzati in molti modi”) con Mao FUSINA) altre meno…Fino alla scelta di intraprendere il percorso montessoriano (per la fascia 0-3) con Fondazione Montessori. Da quattro anni a questa parte sono educatrice all’asilo Pupi Solari di Rivanazzano Terme, dove mi relaziono con bambini dai 3 mesi ai 3 anni.

Secondo te, la facilità d’accesso all’uso dei dispositivi digitali (vengono costruiti perché possano essere usati da tutti) quanto influisce sul processo di costruzione del pensiero dl bambino?

Io sono esperta di bambini molto piccoli, che si presume abbiano un limitato accesso ai devices (apparecchi tecnologici). Inoltre, per merito della loro fascia d’età, essi sono ancora in piena esplosione esplorativa: essi stanno scoprendo se stessi e il mondo. Ogni bambino che nasce, ripercorre in sé le scoperte dell’intera umanità. Dalla conoscenza sensoriale della realtà, alla libertà del movimento, alla scoperta della causa-effetto, alla presa di coscienza di sé, dell’altro e delle interazioni. Un device si pone un po’ come uno schermo tra queste scoperte, le rallenta e le limita nel tempo.

I bambini molto piccoli sono estremamente affascinati dall’oggetto che, anche solo sfiorato, si manifesta in colori e suoni e che risponde alle loro aspettative (una certa icona aprirà le immagini, un’altra le “canzoncine” etc). La facilità con la quale incappano in questo strumento è altissima. Sempre più genitori, in maniera più o meno conscia, lo mettono a disposizione in differenti contesti. A volte esso è panacea per la risoluzione di problemi, dal poter riorganizzare il tempo, al vestirli con rapidità, al somministrare farmaci,al ritrovare il tempo per loro stessi. A volte è proprio un gioco, offerto per istruire. È anche l’oggetto che vedono sempre più spesso in mano agli adulti: tra i primi giochi del far finta, c’è proprio il mettere in scena attività con gli smartphone e accade che utilizzino i movimenti dei devices anche con altri strumenti e giochi con curiose risposte…Ad esempio allargare le immagini dei libri, cliccarci sopra…

Da quella che è la mia esperienza in campo educativo, i bambini -grazie al cielo!- continuano a scoprire e a conoscere il mondo attraverso la realtà e nel contesto educativo è davvero importante che possano continuare a farlo. Nei contesti educativi 0-3, ma anche 3-6, l’esperienza deve essere la prima forma di conoscenza.

Il device crea anche una pericolosa percezione da parte degli adulti: ci si immagina che i bambini, piccoli o medio-piccoli,apprendano tramite i devices. Questo accade in maniera labile, superficiale e temporanea. Senza l’esperienza – e senza l’esperienza dell’errore!- la conoscenza è poco efficace. Le qualità degli oggetti devono provenire dall’esperienza sensoriale. Vorrei raccontarvi un esempio che ho vissuto. Un bambino di poco più di 24 mesi era molto abile nel gioco degli incastri sul tablet. Nella realtà non riusciva ad abbinare i vari incastri, provando una tangibile frustrazione. La pratica di gioco ha avuto poi la meglio e, potendo continuare ad accedere alla proposta di incastro reale, poi è riuscito a farli senza frustrazione e con grande piacere. Allo stesso modo funziona con le lettere. I “giochi educativi” ti spronano a scegliere lettere e numeri che vanno switchati nel form proposto dall’app. L’illusione allora è magnifica. Ci sembra che il miracolo delle scrittura e della lettura sia a portata di mano, ma la competenza portata in campo è aleatoria, perché è mancata tutta la parte di pratica del segno.

Nei bambini più grandi, capita che essi ripetano nozioni con grande affascinamento e precisione dei particolari, ci sembra che essi abbiano compreso grandi lezioni. Nei fatti, hanno si assunto grandi informazioni, ma esse sono slegate le une dalle altre, non portando conoscenza feconda, ma nozioni sterili. È utile che la conoscenza arrivi dal generale al particolare, perché essa possa rimanere e gettare le radici del Sapere.

Come invece il poter “scoprire” con mano i meccanismi della quotidianità può portarlo a comprenderne significati e attivare connessioni di concetti ed idee?

Il Sapere è molteplice. I devices mettono in discussione molte antiche pratiche e fondano nuove regole. L’area delle relazioni tra le persone, per esempio, è una di queste. Con il device tra le mani, notiamo spesso l’estraniazione fisica dalla realtà in cui si è immersi. Credo che tutti abbiamo in mente un faccino illuminato di blu con le spalle chine e replicato lungo la file del tavolo della pizzeria. Quando non usano giochi singleplayer (utilizzati da solo), utilizzano social media – you tube, instagram, tik tok, facebook, pinterest -o giochi multiplayer (utilizzati con più giocatori). Questi sono un po’ dei cavalli di troia, perché la scusa è che, in realtà stanno giocando insieme, fanno gruppo, attivano delle relazioni. Ma qui tutto viene filtrato dal gioco e dallo schermo. Manca la componente del linguaggio del corpo, delle espressioni, del tono di voce. Manca lo sguardo. E quando manca esso, manca l’empatia che è fondamentale per una comunicazione interpersonale efficace e gratificante, che permette di afferrare il significato degli scambi che vanno al di là del contenuto semantico delle parole. Come è necessaria la pratica per allenare le competenze, allo stesso modo dobbiamo allenare le competenze di relazione. I bambini devono poter fare esperienza di litigi, di riappacificazioni, di scuse. Queste cose non possono avvenire nel contenitore multiplayer, ma solo al di qua dello schermo. Ma questa è vostra materia!

Nell’incontro a Codevilla, portando la tua esperienza di educatrice d’infanzia di metodo montessoriano, hai parlato di presa principe: cos’è, quando e come si sviluppa e perché è importante.

Maria Montessori diceva che “La Mano è l’organo dell’intelligenza Umana”. Nulla di più vero. L’evoluzione umana, e il posto che abbiamo nel mondo, non avrebbero avuto lo stesso decorso senza la capacità del pollice opposto all’indice e alle altre dita. Questo movimento permette di fare movimenti molto più precisi e minuziosi e permette di utilizzare oggetti, utensili, strumenti molto piccoli. Il lavoro della Montessori, gli strumenti di sviluppo, erano rivolti alla preparazione per la scrittura e molti dei suoi materiali volgevano in questa direzione: allenare la mano alla presa a pinza, che è la PRESA PRINCIPE tra le prese che il bambino matura nella sua crescita.

Il neonato afferra qualsiasi cosa appoggiata sul palmo della mano. E’ la prima presa, detta PALMARE. E’ abbastanza indifferenziata rispetto allo stimolo e arriva da molto lontano, un riflesso dei nostri antichi progenitori. Dopo qualche mese compare la presa CUBITO-PALMARE, che fa afferrare gli oggetti tipo rastrello e senza l’uso del pollice. Piano piano tutte le dita concorrono per afferrare le cose (presa RADIO-PALMARE) coordinandosi con gli occhi fino alla PRESA A PINZA che attiva il pollice e l’indice (RADIO-DIGITALE). La mano, tuttavia, è davvero un organo complesso dalle performaces incredibili ed allora possiamo verificare come la presa a pinza si differenzi ancora quando il pollice inizia a flettersi. Conquistato questo status, le possibilità esplodono. Una volta che il coordinamento tra pollice, indice, sguardo è ben allenato, le combinazioni divengono infinite sia per la quantità di movimenti, che per la qualità. Afferrare, ruotare, impugnare aprono le porte alla scoperta delle abilità di motricità fine quali impugnare matite e pennelli, costruire, infilare, sfogliare, arrampicarsi. Anche la forza delle dita ha un grande valore che si rischia di perdere. La risorsa per delle prese efficaci sta nell’allenare la Mano sia nei gesti, che nella tonicità.

Sara ci ha invitato a dire la nostra riguardo alla parte emotiva che sta dietro allo schermo e cogliamo l’occasione al volo.

Quando si parla di emozioni online o vissute dietro lo schermo, ormai da tempo, anche le ricerche scientifiche a riguardo confermano quanto esse non abbiano una valenza così differente rispetto a quelle che si sperimentato fuori dallo schermo. Si è passati dal parlare dell’on/off  al onlive fino a giungere all’onlife per far comprendere quanto ormai la vita vera sia in ogni caso legata anche al virtuale. Le emozioni, i contatti e le relazioni che si stabiliscono o approfondiscono in rete hanno una valenza reale per tutti noi e danno risposte legate alla soddisfazione della dopamina che sono molto simili se non identiche a quelle che si vivono nella dimensione, osiamo dire “terrena”. Dunque noi riteniamo che nell’uso quotidiano nei social la relazione sia ben presente anche se son sembra concreta o meglio mediata da uno schermo: al di là dello schermo la persona è in ogni caso partecipe e attiva e quanto viene provato è reale. Certo bisogna comprendere dove scaturisce il desiderio, motore di conoscenza, e dove si innesca la dipendenza che porta invece a ridurre i campi del nostro interesse e ad inseguire la ricerca immediata della soddisfazione. Ed è pure vero come ci ricorda Serge Tisseron, psichiatra infantile, psicoanalista e direttore della ricerca presso l’Università Paris Ouest-Nanterre, con la sua regola del 3-6- 9-12 che a 3 anni sarebbe meglio evitare gli schermi, tutti.

Resta per noi doveroso sottolineare quanto invece sia necessario attraverso la consapevolezza aiutare, già nei preadolescenti, a comprendere cosa accada dentro di noi davanti a un commento non desiderato, a un like dato o a un sorriso ammiccante. Se pensiamo anche a fenomeni più gravi quali il body shaming o il bullismo digitale non possiamo non riconoscere che le emozioni passano anche da lì. Ma per non pensare solo al negativo, ultimi studi riferiscono che nei prossimi dieci anni, molti nuovi nati saranno frutto di relazioni nate online. Riconoscere che le emozioni passano anche dallo schermo è il modo adeguato per poter parlare di relazioni digitali o meglio ancora di alfabetizzazione emotiva e non solo alfabetizzazione digitale, che possa aiutare nella parte didattica.

chirdrenDevices
Foto di Esther Merbt da Pixabay e Foto di Esther Merbt da Pixabay

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